La mia guerra del gelato

Chi sta vincendo questa guerra?

Fino al 2008 il gelato per me era solo buono o cattivo. Ero cresciuto con il gelato di Sergio il pasticcere, e quando mio padre ci portava a spasso per Roma, il cremino di Fassi era un must. Onestamente non sono stato mai un amante del gelato artigianale (inteso come gelato sciolto e non confezionato). Quando ho raggiunto la liberta finanziaria della prima paghetta, 10000 lire a settimana, la prima spesa è stata 4 mega pastarelle (non mignon), da Jolì. Tutt’ora è davanti la parrocchia dove andavamo a messa la domenica, ed il profumo aveva un effetto simile al suono del pifferaio magico con i topi.

E quindi le prime lire le ho spese là. Poi ricordo di aver speso molto in pizza e patatine, ma il gelato è un ricordo molto più debole in fondo alla memoria. Questo perché per me quello che importava era solo mangiare cose che in famiglia venivano dispensate con ligure parsimonia. Tra queste c’erano anche e soprattutto quella crema di nocciole spalmabile che molto, ma molto raramente appariva come un miraggio nelle colazioni e merende mie e di mio fratello.

Ma torniamo al 2008. Inizia una nuova esperienza nella mia vita. Qualche anno prima, dopo aver preso un diploma (1989 ebbene si chiamatemi perito), che ho subito riposto nel cassetto, mi sono dedicato all’arte di guadagnare e portare i soldi a casa, anche perché al contrario delle generazioni odierne, il primo pensiero era di costruirmi una famiglia tutta mia e potevo farlo solo attraverso il vil denaro.

 

Guarda caso ho iniziato a lavorare per un grossista a Roma che riforniva prevalentemente gelaterie e pasticcerie e come d’incanto sono stato catapultato dentro i laboratori di questi professionisti. Coppette, palette, dischi, vassoi, semilavorati, scatole torta. Ho consegnato tonnellate di questa roba, e più tempo passava e più entravo in confidenza con i gelatieri. Con i pasticceri un po’ meno (troppo matti per rischiare).

Iniziavo a capire chi faceva un tipo di gelato e perché, quali prodotti, cosa comportava in termini economici la scelta di un prodotto al posto di un altro. Cosa comporta in termini di qualità, la scelta di altri. Ho fatto miei termini come struttura, overun (spero si scriva così), consistenza, palatabilità, macchina orizzontale o verticale. Nucleo o neutro, basi 50 100 150 200 250, basi UHT, paste e pesti.

Ormai ne è passato di tempo e con molti sono anche diventato amico. Quando arrivi ad essere il confidente non di uno, ma centinaia di professionisti, inizi ad avere un quadro chiaro di questo mondo gelato. Passano gli anni e mi ritrovo da autista, magazziniere, a rappresentante. Chi c’era prima di me aveva ben pensato di rubare dei soldi e come d’incanto sparì lasciando un posto per me. Negli anni ho fatto crescere la mia esperienza delle persone, come comunicano tra loro, quali sono le loro esigenze, perché compiono determinate scelte.

Ho sempre vissuto di PR anche quando ero operaio, e fare domande per conoscere le persone fa parte da sempre del mio DNA. e considerato che ora ho il quadro generale sotto gli occhi, posso permettermi di esprimere un pensiero.

Questa guerra del gelato sta portando ad un bagno di sangue migliaia di piccoli imprenditori.

Il momento della gelateria italiana è tanto in crescita di numeri, quanto fortemente strumentalizzato e penalizzato. Mille Faide interne su quale sia il gelato più buono, più di qualità, più artigianale, più a km 0, più biodinamico, più vegano, più naturale, più buono da dare agli animali,n più gelato del gelato industriale. Devo continuare?

37000 realtà (circa), che dispensano il gelato in Italia, ed ognuna fa strada per sé. Il risultato è quello che vediamo tutti i giorni con i nostri occhi. Una gigantesca Babilonia di opinioni ed urla mediatiche che creano una confusione immensa nei consumatori, che vorrebbero prendere in mano la situazione

Non sono più gli anni 90 da una infinità di tempo, però aziende e professionisti (molti, non tutti) sembra non se ne siano accorti. Provano a riempire di parole ed effetti speciali (vale anche per concetti che dovrebbero essere semplici come biologico e naturale), idee vecchie come il mondo, ma che vengono illustrate come se ci stessero portando l’acqua con le orecchie (lo so è una visione decisamente pittoresca). Per carità ad ognuno il suo mestiere, e se il loro mestiere è avere un’etica tutta loro si accomodassero..

Questo atteggiamento sta irritando sempre più i consumatori di gelato, ma il risultato è che ne stanno pagando il prezzo moltissime piccole attività. La poca chiarezza sul concetto di artigianalità, non è colpa dell’industria, ma dei tantissimi piccoli imprenditori che volutamente hanno tenuto nascosto il loro processo di produzione del gelato.

In Italia sappiamo tutti come si fa la pizza, ma chi sa veramente come si fa il gelato? Perché è passato il messaggio che fare il gelato è un’arte che i marziani hanno tramandato a pochi eletti?

Ora se stai pensando di mandarmi a- f-a -n -cu- l -o, aspetta, respira e continua a leggere.

Tenere segreti processi e ricette, con la paura di essere copiati dalla concorrenza ha dato un potere immenso a chi rifornisce di macchinari e prodotti i professionisti.

La moderna tecnica ha permesso di facilitare molti processi produttivi e negli anni la vita del gelatiere si è notevolmente semplificata, però il messaggio che è continuato a trapelare per molto tempo è che ancora si mescolava a mano, usando solo latte fresco, uova e pistacchio di Bronte (sul discorso Bronte stendiamo un velo pietoso). I primi a non essere stati onesti con i consumatori, sono stati proprio quei professionisti che hanno speculato per anni sulla buona fede dei consumatori, vendendo il prodotto con ricarichi immensi, spesso non rispettando le più basilari norme igeniche e di correttezza finanziaria (non pagando tutte le tasse).

Un po’ come gli orsi con il miele, ai primi accenni di crisi, si sono riversati a migliaia sull’eldorado gelato. Pseudo imprenditori e disperati, certi di ottenere guadagni come gli spagnoli in America. Il risultato di tale scempio sociale ha totalmente appiattito l’offerta di prodotti. Ora distinguere buono da cattivo è diventato impossibile. La vasta offerta di tipologie di gelato sta ottenendo paradossalmente l’effetto contrario alla specializzazione. Ovunque ti giri trovi una gelateria, a volte camminando per strada sembra di vederci doppio visto che sono sempre più spesso una accanto all’altra. Al cliente puoi raccontargli la rava e la fava quanto vuoi, tanto ormai è arrivato ad un livello tale di saturazione (ne ha pieni i cosiddetti) che non ti crederà più.

Puoi chiamare il tuo gelato come vuoi, o porgerglielo con le mani a coppa, ma la realtà è che ti rimarrà fedele solo fino a che un concorrente non farà fuochi di artificio più luminosi. Certo il consumatore oggi è più attento a quello che mangia, e se anche non esiste una normativa definitiva sull’artigianalità del gelato a livello internazionale, riesce a decidere cosa mangiare. Però in un mondo frenetico e coinvolgente come il nostro quello che conta è ormai la sensazione che il cliente prova quando mangia qualcosa. Vuole divertirsi, svagarsi, distrarsi mentre mangia un gelato. Conta si anche la tua storia ma deve già conoscerla ancora prima di entrare in negozio. E bada bene che non sto dicendo che devi sapergli raccontare una favoletta, ma devi sapergli raccontare la verità…come se fosse una favoletta. Non tutti capiscono questo concetto.

Non farò il finto buonista dicendo che questo periodo di difficoltà passerà e torneremo tutti ad essere felici e contenti.

Come dice Frank Merenda, oggi c’è molto di meno per tutti e molto di più per pochi. Quello che accadrà a breve è che in moltissimi, vittime di questa miopia ormai patologica, (quindi senza speranza) non riusciranno più a mandare avanti le loro gelaterie, o pasticciogelaterie, o bargelatopasticcerie, o aperigelatopasticcioccolateria. Verranno lentamente, ma inesorabilmente abbandonati dai clienti. Solo i pochi che avranno soldi da spendere decideranno chi vive e chi muore, proprio come in guerra.

Quindi alla luce di queste valutazioni delle quali sono convinto, ma che non voglio importi, direi che è giunta l’ora di smettere di fare la guerra dei poveri, sventolando ai 4 venti la bandiera della qualità, vegana, a km 0, con latte crudo, con fibre naturali, con pistacchio trilobato e nocciola di bronte.

Solo i gelatieri, o gelatai, o gelatori che si uniranno per tutelarsi, indifferentemente dal tipo di gelato che producono o somministrano, avranno chance di tornare vivi dalle loro famiglie a guerra finita.

Unirsi è fare corpo comune contro l’apertura indiscriminata di nuove attività. Attuare una strategia di marketing coinvolgente per i consumatori che dia una esperienza di acquisto aldilà del prodotto comprato (fermo restando la bontà di questo). Per riavvicinare i clienti funzionerà sempre più (In termine di risultati economici) spiegargli che non siete il gelatiere più bello, bravo e figo del mondo, ma fate parte di un progetto che mette al centro di tutto lui…(no non il gelato) il cliente.

Good luck, you really need.

Renato.

About The Author

Renato De Santis

Appassionato di Relazioni Umane Specialista della Comunicazione in Gelateria Fondatore di MarketinGelato

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